Italia

Apri le tue braccia

di Maria Rita Pavanello

   
Apri le tue braccia

Hai cercato la libertà lontano,
hai trovato la noia e le catene;
hai vagato senza via,
solo, con la tua fame.

Apri le tue braccia,
corri incontro al Padre:
oggi la sua casa
sarà in festa per te. (2 volte)

Se vorrai spezzare le catene
troverai la strada dell'amore;
la tua gioia canterai:
questa è libertà.

I tuoi occhi ricercano l'azzurro;
c'è una casa che aspetta
il tuo ritorno, e la pace tornerà:
questa è libertà.

Apri le tue braccia è un canto quaresimale, ma più ancora è una poesia che nostro Padre vuole far arrivare al cuore di ogni uomo che si mette sulla strada del ritorno verso l’unico e grande amore.

È una poesia dove si incrociano sentimenti, verbi, atteggiamenti che indicano all’uomo la strada della vita. Un percorso di amore, di misericordia, di libertà, di accoglienza da parte del Padre che mai si stanca di aspettare, ma scruta l’orizzonte per intravedere in lontananza il ritorno del proprio figlio e, quando lo scorge, non ha la pazienza di aspettare, ma si muove per primo e si mette a correre, come farebbe un ragazzino, perché il desiderio di abbracciare il figlio è talmente forte che non ammette ritardi (cf. Lc 15,11-32).

Questo figlio sono io. Sento un’infinita tenerezza per questo Padre che mi aspetta.

È un Padre che, prima ancora che il figlio gli chieda la propria parte di eredità, gli ha già donato tutto: la vita, la libertà, la volontà, la capacità di discernere ciò che è bene, da ciò che è male. Gli propone, mai impone, una vita piena, ricca di promesse e di speranze… Ma il figlio non coglie il dono.

La bontà del Padre non è bastata al figlio minore, né al figlio maggiore: non lo hanno capito, rimasti eternamente bambini, i due giovani non sono riusciti a trafficare il talento di se stessi (cf. Mt 25, 14ss), di un amore che va al di là del dare e dell’avere. In realtà non conoscevano nemmeno se stessi e i doni ricevuti, così da poter agire sulla realtà e non sul desiderio, e hanno impostato l’esistenza nell’illusione e nella falsità.

Chiamati a vivere da adulti, assumendo le proprie responsabilità, collaborando nella costruzione di un mondo migliore fondato sulla giustizia e nella verità, i due giovani vivevano nella stessa casa rimanendo isolati, estranei l’uno all’altro. Questa la base del loro fallimento. Ciascuno pensava alla propria riuscita, indifferente all’altro e al Padre, la famiglia è diventa un’azienda, un albergo e il Padre il padrone.

Il Padre ci aspetta sempre al di là di quello che facciamo o che pensiamo di lui. Siamo nati dalle sue viscere... e allora come può abbandonarci? «Sion ha detto: “Il Signore mi ha abbandonato, il Signore mi ha dimenticato”. Si dimentica forse una donna del suo bambino, così da non commuoversi per il figlio delle sue viscere? Anche se costoro si dimenticassero, io invece non ti dimenticherò mai. Ecco, sulle palme delle mie mani ti ho disegnato» (Is 49,14-16).

Sta a noi accettare o rifiutare, legare o spezzare, piangere o gioire.


Dalle parole alla Parola

Noia. La noia nasce dalla monotonia delle cose che facciamo e pian piano porta ad uno stato di disinteresse, di mancanza di energia che si ripercuote anche nell’umore. Curo la mia vita offrendole stimoli creativi pur nella ripetitività delle giornate? Ho un hobby? Quale?

Padre. Riesco nella mia giornata a trovare qualche momento per lasciarmi abbracciare da questo Padre?


Preghiera

Donami, o Padre, di sentire il timbro della tua voce nel mio intimo ogni volta che mi allontano da te. La dolcezza con cui sempre mi chiami per nome mi faccia rialzare in fretta e tornare al tuo cuore misericordioso. Amen.


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Tutti i testi sono presi da: Meditare Cantando, ISG Edizioni e Effatà Editrice, 2010
 
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